Sa Bovida: cinque secoli dentro il carcere spagnolo di Aritzo

Sa Bovida: cinque secoli dentro il carcere spagnolo di Aritzo

L'edificio del Seicento che fu prigione di massima sicurezza fino agli anni Quaranta, e che oggi ospita una mostra sulla stregoneria in Sardegna.

Ci sono luoghi che si raccontano da soli e altri che hanno bisogno di qualcuno che li racconti. Sa Bovida
appartiene alla seconda categoria: chi arriva ad Aritzo e passa sotto l’arco a sesto acuto che dà il nome al
luogo vede una costruzione bassa, scura, incastonata fra le case del centro storico, e potrebbe tirare dritto
senza accorgersi di aver appena camminato sopra cinque secoli di storia della giustizia in Barbagia.

Eppure questo edificio, per generazioni, è stato il posto di cui in paese si parlava a bassa voce. Prigione
di massima sicurezza in un’isola che di prigioni ne aveva poche, ha visto passare dalle sue celle decine di
persone, alcune delle quali sono finite nei libri di storia. Oggi è un museo, e vale la mezz’ora che serve a
visitarlo.

Dove si trova e perché si chiama così

Sa bovida, la volta

Il nome non indica la prigione ma il passaggio che ci porta. Sa bovida, in sardo, è la volta: un
sottopassaggio ad arco a sesto acuto che collega la parte alta e la parte bassa del paese, uno di quegli
espedienti architettonici che i centri storici di montagna adottano quando lo spazio fra le case è poco e il
dislivello è tanto. Con il tempo il nome dell’arco è passato all’edificio che gli sta accanto, ed è così che
oggi tutti chiamano il carcere spagnolo.

La zona è quella di S’Ortu de su Para, il nucleo più antico di Aritzo, dove le strade si stringono
e le case mostrano ancora la struttura abitativa originaria. Si arriva a piedi da corso Umberto I in pochi
minuti, scendendo per una scalinata stretta: è un percorso che vale già di per sé, perché attraversa la parte
di paese in cui l’architettura racconta di più.

Un edificio di scisto, sabbia e fango

La costruzione risale al XVII secolo ed è fatta di blocchi di scisto legati con sabbia e fango, la tecnica
che si ritrova in tutto il centro storico aritzese. Le pareti sono spesse, le aperture poche e piccole. Non è
un caso: la fama di prigione inespugnabile che l’edificio si è costruito nei secoli dipende prima di tutto
dalla sua struttura, pensata perché da lì dentro non si uscisse.

Aritzo ne fu dotata per la sua veste di capoluogo di mandamento. Era il paese in cui si amministrava la
giustizia per un territorio molto più ampio del suo, e questo spiega perché una comunità di poche migliaia di
persone si ritrovasse con un carcere di quelle dimensioni.

Cinque secoli di prigionia

Gli ufficiali francesi del 1793

L’episodio più noto legato a Sa Bovida riguarda un tentativo di invasione fallito. Nel 1793 una spedizione
francese cercò di sbarcare in Sardegna; l’operazione andò male, e alcuni ufficiali catturati durante quella
vicenda finirono rinchiusi proprio in queste celle. È il tipo di dettaglio che cambia la percezione di un
luogo: un edificio di paese, in un angolo del Gennargentu, che per un momento si trova sulla traiettoria della
storia europea.

Le condizioni della detenzione

Le fonti concordano su un punto: le condizioni erano terribili. Non c’era riscaldamento, la luce arrivava
da aperture minuscole, e l’umidità di un edificio in pietra addossato al pendio faceva il resto. Le celle
erano divise fra maschili e femminili, e una postazione di sorveglianza controllava l’accesso.

Nel primo ambiente stavano le guardie. Il secondo comprendeva due celle che, pare, erano riservate alle
donne, con un caminetto e un buco centrale attraverso il quale venivano calati i detenuti nella terza stanza,
priva di qualsiasi altro accesso. È un dettaglio che dice molto più di una descrizione generica: si entrava
dall’alto, e da lì non si usciva se non quando qualcuno decideva di tirarti fuori.

Fino agli anni Quaranta del Novecento

La cosa che sorprende di più non è l’antichità dell’edificio ma la sua longevità d’uso. Sa Bovida ha
funzionato come carcere fino agli anni Quaranta del XX secolo. Significa che ci sono aritzesi ancora in vita
che hanno sentito raccontare dai genitori di quando il carcere era in funzione, e che il passaggio da luogo
di detenzione a luogo di memoria è avvenuto in tempi molto più recenti di quanto l’aspetto dell’edificio
suggerisca.

Com’è fatto l’edificio oggi

I quattro ambienti

Gli interni sono stati ristrutturati di recente e il percorso di visita attraversa quattro ambienti. Il
primo, come si diceva, era la postazione di sorveglianza. Gli altri erano adibiti a celle. La grande apertura
che si vede dalla parte bassa della costruzione è di fattura recente: è stata praticata quando l’edificio
veniva usato come deposito attrezzi, in uno dei periodi in cui il paese non sapeva bene cosa farne.

La stanza senza aperture

L’ambiente che colpisce di più è quello che non aveva alcun accesso sulle pareti. Per renderlo visitabile è
stato necessario aggiungere un portone. Restarci dentro qualche minuto, con la porta aperta e la luce che
entra, dà comunque un’idea abbastanza precisa di cosa dovesse significare passarci del tempo quando la luce
non c’era.

Il cortile e la meridiana

Nel cortile antistante è esposta un’antica meridiana, uno strumento per la misurazione del tempo che nel
contesto di un carcere assume un significato particolare. È uno di quegli oggetti su cui i visitatori si
fermano più a lungo di quanto si aspettassero.

Bruxas: la mostra sulla stregoneria in Sardegna

Cosa si vede

Oggi Sa Bovida ospita una mostra permanente intitolata Bruxas, dedicata alla stregoneria in
Sardegna fra il XV e il XVII secolo. Il collegamento fra il contenitore e il contenuto non è casuale: in molti
casi le donne accusate di stregoneria finivano proprio in edifici come questo, in attesa di un processo il cui
esito era spesso già scritto.

Gli oggetti rituali

L’esposizione raccoglie oggetti rituali di tipo religioso, magico ed esoterico: bambole di stoffa, pozioni,
erbe e medicamenti, calderoni e mortai. È materiale che racconta un mondo in cui la medicina popolare, la
religione ufficiale e la superstizione convivevano senza confini netti, e in cui la stessa donna poteva essere
la guaritrice del paese o la strega da processare a seconda di come girava l’anno.

L’Inquisizione e il sanbenito

Una parte dell’esposizione è dedicata all’Inquisizione, con una collezione di strumenti di tortura e con il
sanbenito, l’abito penitenziale che le sospette streghe erano costrette a indossare. Non è una sezione
facile, ed è giusto saperlo prima di entrare, soprattutto se si visita con bambini.

Visitare Sa Bovida oggi

Quanto tempo serve

Per una visita completa servono circa quarantacinque minuti. La visita guidata è compresa nel prezzo del
biglietto, e conviene farla: senza qualcuno che racconti, gli ambienti restano quattro stanze in pietra, e
metà del valore del luogo si perde.

Il sistema museale di Aritzo

Sa Bovida non è un museo isolato ma un pezzo di un sistema più ampio, l’Ecomuseo della Montagna Sarda o del
Gennargentu, che comprende anche Casa Devilla, il Museo Etnografico e il Museo Antonio Mura, oltre ai percorsi
storico-naturalistici come quello delle antiche neviere di Funtana Cungiada. Chi ha una giornata intera può
metterli in fila e uscirne con un quadro molto più completo di quello che si ottiene visitandone uno solo.

Accessibilità e servizi

La struttura ha lavorato sull’accessibilità fisica per visitatori con esigenze specifiche, e propone
laboratori didattico-educativi oltre alle visite guidate. Per i gruppi e per le scolaresche conviene
prenotare: gli ambienti sono piccoli e la visita funziona meglio con numeri contenuti.

Perché vale la visita

C’è una tentazione, quando si costruisce l’offerta turistica di un paese, di elencare tutto quello che c’è:
la chiesa, il museo, la fontana, il monumento naturale. Sa Bovida sfugge a questa logica per una ragione
semplice: non è un oggetto da spuntare da una lista, è un luogo che pone una domanda. Come si amministrava la
giustizia, in un paese di montagna, per cinque secoli? Chi ci finiva dentro, e perché?

Sono domande che riguardano Aritzo ma non solo Aritzo, e che spiegano perché questo edificio sia diventato
il punto di partenza del percorso storico del paese. Chi ha poco tempo e deve scegliere una sola cosa da
vedere nel centro storico, probabilmente dovrebbe scegliere questa.

Il contesto: amministrare la giustizia in Barbagia

Un capoluogo di mandamento

Per capire perché un paese di montagna avesse un carcere di quelle dimensioni bisogna guardare alla mappa
amministrativa dell’epoca. Aritzo era capoluogo di mandamento, cioè il centro di riferimento giudiziario per un
territorio molto più ampio del proprio. Chi veniva arrestato nei paesi vicini finiva qui, e qui restava in
attesa che la macchina della giustizia facesse il suo corso, con tempi che oggi definiremmo indefiniti.

Questa funzione ha lasciato tracce che vanno oltre l’edificio. Ha significato per secoli un flusso costante
di persone in entrata e in uscita dal paese: guardie, magistrati, familiari dei detenuti, testimoni. In una
comunità piccola, un’infrastruttura del genere pesa sull’economia quanto una fiera.

Prigione di massima sicurezza

La fama di prigione di massima sicurezza che l’edificio si è costruito non dipendeva da sistemi di controllo
sofisticati ma dalla combinazione fra la struttura muraria, la posizione incassata fra le case e l’isolamento
geografico del paese. Anche riuscendo a uscire, un fuggitivo si sarebbe trovato in un territorio di montagna,
lontano dalla costa, in una zona dove tutti si conoscono. La sicurezza, qui, era fatta di pietra e di
geografia.

Cosa vedere nei dintorni

A due passi

Sa Bovida sta nel cuore del nucleo antico, il che rende facile costruirci intorno una passeggiata. A pochi
minuti si trova Casa Devilla, la dimora dei signori della neve, che permette di vedere l’altra faccia della
società aritzese dello stesso periodo: da un lato le celle, dall’altro il cortile porticato di una famiglia che
gestiva il monopolio più redditizio del paese.

Il resto del sistema museale

Poco più su ci sono l’Ecomuseo della Montagna Sarda, con la sezione dedicata alle maschere ferine e agli
attrezzi dei mestieri tradizionali, e il Museo Antonio Mura, ospitato nell’edificio di fine Ottocento che era
il vecchio municipio. Chi ha mezza giornata può vederli tutti senza mai prendere l’auto.

La chiesa parrocchiale

Risalendo si arriva alla parrocchiale di San Michele Arcangelo, che conserva parti gotico-aragonesi in
trachite di Fordongianus e un gruppo scultoreo ligneo del Seicento di gusto spagnolo. È l’altro grande
contenitore di storia del centro, e completa il quadro di un paese che nel Seicento aveva evidentemente
committenza e risorse.

Consigli pratici

Quando andare

Gli ambienti in pietra restano freschi anche in piena estate, il che rende Sa Bovida una buona meta per le
ore centrali di agosto, quando camminare all’aperto è meno piacevole. D’inverno vale il contrario: portarsi
una giacca, perché dentro non fa più caldo che fuori.

Con i bambini

La sezione dedicata all’Inquisizione, con gli strumenti di tortura e il sanbenito, è impegnativa. Con
bambini piccoli conviene parlarne prima con chi accompagna la visita, che sa come modulare il racconto. I
laboratori didattico-educativi che la struttura propone sono invece pensati apposta per le scolaresche e
funzionano bene.

Fotografie

La luce è poca e i tempi di posa si allungano: senza treppiede conviene appoggiarsi ai davanzali. Il cortile
con la meridiana è il punto più fotogenico, soprattutto a metà mattina quando il sole entra di taglio.

Una nota sul restauro

Gli interni sono stati ristrutturati di recente, e il modo in cui l’intervento è stato condotto merita
attenzione. Non si è cercato di ricostruire un carcere com’era, con manichini e scenografie: si è consolidato
l’edificio, si è reso accessibile l’ambiente che non aveva aperture e si è lasciato che le pietre facessero il
loro lavoro. La mostra è ospitata, non è mimetizzata. È una scelta che rispetta il visitatore e che invecchia
meglio delle ricostruzioni immersive.

Contenuto di esempio, da sostituire o rivedere con i materiali forniti dal Comune di Aritzo.

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