Camminare in un centro storico senza sapere cosa si sta guardando è un’esperienza dimezzata. Ad Aritzo
succede spesso: il visitatore percorre corso Umberto I, imbocca un vicolo, fotografa un muro perché gli sembra
bello, e va via senza avere idea che quel muro sia fatto con una tecnica precisa, che ha un nome in sardo e
che racconta come si costruiva in Barbagia prima che arrivassero i materiali industriali.
Questo articolo prova a fornire le chiavi minime di lettura. Non serve essere architetti: bastano quattro o
cinque cose da riconoscere, e la passeggiata cambia completamente.
Aritzo si trova in una delle località più suggestive del Gennargentu, su un territorio di circa
settantasei chilometri quadrati. Nel Medioevo appartenne al Giudicato di Arborea e poi al marchesato di
Oristano. Successivamente beneficiò di un privilegio notevole, concesso da Ferdinando II di Aragona con carta
reale del 1480: appartenere direttamente alla Corona e poter eleggere i propri amministratori fra la gente del
posto.
Non è un dettaglio da manuale di storia. Un paese che elegge i propri amministratori e risponde direttamente
alla Corona sviluppa una borghesia locale, e una borghesia locale costruisce case che si distinguono da quelle
degli altri. È da lì che arrivano le dimore padronali del centro storico, con i loro cortili, i porticati e i
portali monumentali.
Il nucleo più antico di Aritzo è sicuramente la zona denominata S’Ortu de su Para, corrispondente
alla parte centrale del paese. È qui che si concentrano le testimonianze sulla vecchia struttura abitativa, ed
è qui che conviene passare più tempo.
La costruzione è in materiale scistoso. Lo scisto è una pietra che si sfalda in lastre, si trova in
abbondanza nel territorio e si lavora senza attrezzature complesse: è il materiale che il posto offriva, e per
questo è il materiale che il paese ha usato. Guardando i muri più antichi si riconosce la posa a corsi
irregolari, con pietre di dimensioni molto diverse incastrate le une nelle altre.
Il sottopassaggio più noto è quello ad arco a sesto acuto che i locali chiamano sa bovida, la
volta, e che dà il nome all’edificio del carcere spagnolo che gli sta accanto. È il punto più fotografato del
centro storico, e a ragione: l’arco inquadra la discesa verso la parte bassa del paese in un modo che nessun
progettista contemporaneo saprebbe replicare senza sembrare artificioso.
Poco più avanti, sulla stessa via, si nota un altro piccolo sottopassaggio: Su Polciu. È
caratteristico per l’utilizzo dei pali in castagno nella realizzazione del solaio. Il castagno, qui, non è una
scelta estetica ma la conseguenza di avere una risorsa naturale abbondante a pochi minuti dal paese: quello
che cresce nella vallata finisce nei solai, nei mobili, nei manici degli attrezzi.
I passaggi coperti nascono da un problema pratico: costruire su un pendio, con poco spazio fra le case,
guadagnando superficie abitabile sopra la strada. Sono una soluzione che si ritrova in molti centri storici di
montagna, ma che ad Aritzo assume una fisionomia riconoscibile per via del materiale e della forma degli
archi.
In questa parte dell’abitato le costruzioni presentano esternamente la tipica facciata ischeloada,
che consiste nell’applicazione, con del fango, di piccole scaglie di pietra al muro già realizzato. Il
risultato è una superficie irregolare, screziata, che da lontano sembra un intonaco grezzo e da vicino si
rivela un mosaico di frammenti.
Serviva a proteggere la muratura dalle intemperie e a chiudere le fessure fra le pietre più grandi, con un
materiale che non costava nulla perché era di scarto. È una tecnica povera che produce un effetto visivo
notevole, ed è uno dei pochi elementi che permettono di riconoscere un muro aritzese a colpo d’occhio.
Nelle vie interne del nucleo antico, sulle facciate che non sono state intonacate nei rifacimenti del
Novecento. Vale la pena confrontare due muri vicini, uno ischeloado e uno intonacato: si capisce subito cosa
si è perso quando la tecnica è stata abbandonata.
Fra gli edifici più interessanti c’è la casa De Villa, risalente al XVII secolo. La costruzione presenta
tracce di architettura spagnola, con un ampio patio circondato da un porticato: uno schema che arriva da fuori
e che si adatta alla scala del paese senza snaturarlo.
Di tutt’altra epoca ma non meno significativo è il Castello Arangino, che risale al 1917. Rientra nel
modello del castello di tipo medioevale, diffuso nelle abitazioni signorili costruite fra XIX e XX secolo con
riferimenti più o meno evidenti all’architettura storica: un esempio di mentalità tardo feudale, elegante nel
profilo. Di notevole interesse è il cancello d’ingresso, realizzato in ferro battuto da artigiani locali.
Il castello è stato smembrato nella sua organicità a seguito di cessioni a privati avvenute in maniera
parcellizzata, e oggi ne rimane ben poco. È un caso che vale la pena conoscere anche per quello che insegna:
il patrimonio di un paese piccolo è fragile, e le decisioni prese o non prese in qualche decennio possono
essere irreversibili.
All’esterno della chiesa parrocchiale, delimitato dalla strada principale, c’è quello che gli aritzesi
chiamano Su Bastione. Si affaccia sulla vallata di Su Pardu, ricca di castagni, nocciuoli e
sorgenti d’acqua cristallina. È il punto in cui il paese costruito e il paese naturale si guardano, e uno dei
posti migliori per capire la posizione di Aritzo.
Tardo pomeriggio, quando la luce arriva bassa sulla vallata e i castagni cambiano colore. In autunno è
spettacolare, ma anche a fine inverno, con i rami spogli, si vede la struttura del bosco in un modo che
d’estate il fogliame nasconde.
Chi ha poco tempo può fare così: partire dal corso, scendere verso sa bovida, visitare il carcere
spagnolo, risalire passando per Su Polciu, fermarsi davanti a Casa Devilla, arrivare alla parrocchiale
e affacciarsi da Su Bastione. È circa un’ora, tutta a piedi, tutta dentro il nucleo antico.
Scarpe con suola che tenga: le scalinate in pietra sono lisce e con l’umidità diventano scivolose. E
un’idea di cosa si sta cercando, che è poi il motivo per cui questo articolo esiste.
Ogni scelta costruttiva del centro storico aritzese discende da un vincolo: si costruisce su un pendio, con
poco spazio pianeggiante e molto dislivello. Da lì derivano le case su più livelli con ingressi a quote
diverse, i cortili che fanno da raccordo fra corpi di fabbrica costruiti in epoche differenti, e i passaggi
coperti che guadagnano superficie sopra la strada.
A ottocento metri, con inverni veri, servono muri spessi e aperture piccole. Le finestre del nucleo antico
sono strette non per povertà ma per efficienza termica: ogni apertura è un punto di dispersione, e il vetro
buono è arrivato tardi. Le grandi vetrate delle case padronali ottocentesche segnalano insieme un cambio di
disponibilità economica e un cambio di tecnologia.
Scisto per i muri, castagno per i solai e le strutture, fango e scaglie per le facciate. Non c’è un solo
materiale che arrivi da lontano nelle costruzioni più antiche, ed è questa coerenza a dare al centro storico
la sua unità visiva, molto più della somiglianza fra gli edifici.
La vallata di Su Pardu è coperta da una popolazione fittissima di castagni, tanto fitta da formare in aria
una rete continua di rami. Quel bosco non è stato solo un paesaggio: è stato per secoli la fornitura di
legname del paese. I pali in castagno del solaio di Su Polciu sono l’esempio più visibile, ma la stessa
logica vale per travi, infissi e arredi.
Il castagno è resistente, si lavora bene, dura a lungo anche in condizioni di umidità e, soprattutto,
cresceva a un chilometro dalle case. È la stessa ragione per cui ad Aritzo è nata la tradizione dell’intaglio:
quando una risorsa è abbondante e vicina, intorno a quella risorsa si sviluppa un mestiere.
Molti muri sono stati intonacati nei rifacimenti del secolo scorso, coprendo le facciate ischeloada
sotto uno strato uniforme. Era una scelta razionale all’epoca — più facile da manutenere, più asciutto — ma ha
cancellato una delle firme visive del paese. Oggi le porzioni superstiti sono un patrimonio da riconoscere e
proteggere.
Infissi in alluminio, tetti in laterizio industriale, cordoli in cemento: il centro storico aritzese ha
conosciuto le stesse sostituzioni di tutti i centri storici italiani. Camminando si impara presto a distinguere
la stratificazione, e a leggere in un unico prospetto tre o quattro epoche diverse.
Il caso del Castello Arangino è emblematico: smembrato attraverso cessioni parcellizzate, oggi ne rimane ben
poco. È il promemoria che il patrimonio di un paese piccolo può sparire senza un evento drammatico, semplicemente
per somma di decisioni singole prese senza una visione d’insieme.
Chi ha già fatto il giro principale può farne uno diverso, cercando solo dettagli: gli architravi in pietra
sopra porte e finestre, le mensole in legno intagliato, i selciati originali nei cortili, le soglie consumate.
È una passeggiata più lenta e meno spettacolare, ma restituisce la scala alla quale il paese è stato
costruito.
Le cortes del centro storico, che durante le sagre diventano cucine e sale da pranzo, sono per il
resto dell’anno spazi privati che si intravedono dai portoni aperti. Vale la pena guardarci dentro con
discrezione: è lì che si capisce come funzionava la casa aritzese, con gli ambienti disposti intorno allo
spazio aperto e le attività che si spostavano da dentro a fuori secondo la stagione.
Prima mattina o tardo pomeriggio, quando la luce radente mette in rilievo le tessiture murarie. A mezzogiorno
lo scisto appiattisce e il paese sembra tutto uguale; con la luce bassa si vedono le scaglie, gli spigoli, i
rappezzi. È lo stesso muro, ma non sembra affatto lo stesso muro.
Sa bovida è la volta, il sottopassaggio ad arco. Su Polciu è il piccolo
passaggio coperto con il solaio in pali di castagno. Ischeloada indica la facciata rivestita
con scaglie di pietra applicate col fango. S’Ortu de su Para è il nucleo più antico
dell’abitato. Su Bastione è l’affaccio accanto alla parrocchiale che guarda la vallata di
Su Pardu.
Non è pedanteria: sono i nomi con cui il paese chiama i propri luoghi, e usarli è il modo più rapido per
farsi capire da chiunque si incontri per strada. Chiedere dov’è il sottopassaggio produce indicazioni vaghe;
chiedere dov’è sa bovida produce una risposta precisa in tre secondi.
Le grafie possono variare nelle diverse fonti, perché il sardo scritto non ha una standardizzazione
uniforme e la trascrizione dipende spesso da chi ha compilato il documento. Non è un problema: la pronuncia è
quella, e le varianti convivono senza creare fraintendimenti.
Contenuto di esempio, da sostituire o rivedere con i materiali forniti dal Comune di Aritzo.